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Cooperative sociali ed Impact investing?

Molti si chiedono, ci chiedono, se in Italia l’impact investing sia compatibile con l’impresa sociale per eccellenza della nostra tradizione giuridica: la cooperativa sociale.

Molte delle misure proposte, infatti, riguardano proprio il settore della finanza sociale che è cosa ben diversa dalla finanza etica.

La prima è direttamente orientata a quelle aree di business capaci di produrre un impatto sociale ritenuto obiettivo prioritario, rispetto a quello economico. La seconda è finalizzata ad un investimento in aree di business tradizionale ma caratterizzate dal rispetto di alcuni parametri di eticità (condizioni di lavoro, CSR, sostenibilità ambientale, ecc.).

Ebbene è lecito domandarsi se l’impact investing, per non parlare più specificatamente dei FEIS[1] su cui sta lavorando la Commissione europea, possano trovare applicazione anche in Italia e in particolare nel sistema delle cooperative.

Ebbene la risposta è Sì!

Anzi la disciplina giuridica della cooperativa sociale, così come riformulata con la L. n. 59/1992 e con il DLgs. n. 6/2003 (Riforma del diritto societario), prevede una serie di strumenti finanziari a favore dell’impresa cooperativa che ben si conciliano con il sistema di impact investing a cui l’Europa sta lavorando e che in Italia sarebbero agevolati dall’introduzione di alcune delle misure da noi proposte.

Si pensi:

  • alle azioni del socio sovventore di cui all’art. art. 4, legge 59/1992
  • alle azioni di partecipazione cooperativa di cui all’art. art. 5 legge 59/1992
  • agli strumenti finanziari di cui all’art. 2526 c.c.

Nel difficile equilibrio tra esigenze di capitalizzazione e mantenimento della natura mutualistica, l’evoluzione legislativa ha determinato un progressivo ampliamento del ricorso al capitale finanziario per questa categoria imprenditoriale.

  • Perché non estendere tali strumenti anche all’impresa sociale prevista dal DLgs n. 155/2006 che, invece, prevede un divieto netto alla redistribuzione dei dividendi, con ovvie conseguenze sul piano della scarsa capacità attrattiva di investitori esterni alla originale compagine sociale?
  • Perché non consentire una defiscalizzazione delle forme di investimento in queste due forme di impresa sociale[1]?
  • Perché non istituire anche da noi, sull’esempio di quel che sta cercando di fare l’Europa, un Fondo dei fondi in grado di attrarre ulteriormente gli investimenti sociali?

Un passo avanti in tal senso, è quello compiuto dalla task force del Ministro Passera e poi dal Governo, con il c.d. Decreto-Sviluppo bis (DL 18 ottobre 2012, n. 179) che all’art. 29 prevede una detrazione Irpef del 25% per gli investimenti in “start up a vocazione sociale”. Il Decreto, in vigore dal 20/10/2012, è in questo momento all’esame della X Commissione del Senato, per la conversione in legge.

 

Milano, 30/10/2012

Alessandro Mazzullo


[1] Fondi europei per l’imprenditoria sociale oggetto di apposita Proposta di Regolamento, attualmente in fase di negoziazione presso il Parlamento e il Consiglio europeo.

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2 commenti su “Cooperative sociali ed Impact investing?”

  1. Bruno Conte 30 ottobre 2012 a 19:24 #

    Caro Alessandro,
    come hai ragione !

    Purtroppo però non è solo un problema finanziario, ma anche di cultura.
    Mentre la 155 è “nata morta” proprio perché, nel già affollato mondo legislativo nel Terzo Settore, mancava una vera innovazione fiscale che permettesse di cambiare marcia (io stesso mi sono stupito di come in Camera d Commercio a Milano ci fossero così poche organizzazioni nel registro speciale delle imprese sociali), la cooperativa sociale “tipo” si è continuata a crogiolare nel succhiare latte da una mammella statale oramai sterile, senza reinventarsi professionalizzandosi, mettendo a rischio non solo posti di lavoro, per abili o disabili, ma anche gli utenti che su queste basavano parte della loro vita.

    L’introduzione di strumenti finanziari innovativi, di cui si inizia fortunatamente a vedere qualche vigoroso e virtuoso, anche se sporadico, esempio, potrebbe dare la vera svolta, ma occorre anche un forte impegno formativo, sia a livello dirigenziale (come il Master in Bocconi che voi stessi state seguendo) sia a livello “operativo”.

    Solo così, e con impegno e pochi piagnistei, forse qualcosa potrà essere cambiato.

  2. Alberto Campora (@Yes_we_Tweet) 30 ottobre 2012 a 19:26 #

    Ciao, ti invito a postare l articolo e richiedere commenti su https://www.facebook.com/groups/275031159248641/

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