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Tra impresa e Corporate Philantrophy: intervista a Vincenzo Manes

Questo mese abbiamo avuto occasione di incontrare Vincenzo Manes e di parlare con lui d’impresa sociale e finanza innovativa, di cooperazione tra pubblico e privato sociale, di modelli a confronto e del ruolo del mondo profit nel settore sociale.

Imprenditore nel settore for profit, Manes è fondatore di Intek Group S.p.A., di cui è anche Presidente ed Amministratore Delegato. Il gruppo opera nel settore della finanza (ma controlla anche comparti industriali come nel caso di KME, leader europeo di semilavorati in rame) e conta circa 7000 dipendenti. Oltre ad essere un imprenditore tradizionale, Manes è molto attivo nel campo dell’imprenditoria sociale: è infatti il Presidente della Fondazione Dynamo che ha promosso Dynamo Camp, il primo campo di terapia ricreativa in Italia, all’interno di un’oasi WWF nell’Appennino Pistoiese. È inoltre presidente e fondatore della Fondazione Vita, nonché consigliere nella società editoriale Vita spa e in altre realtà non profit, quali la Fondazione Hole in the Wall Camps, la Fondazione Umanamente e la Fondazione WWF-Italia. Infine, è membro del comitato “Encouraging Corporate Phylantrophy”.

L’incontro ci dà la possibilità di approcciare le tematiche di nostro interesse con una duplice prospettiva: quella dell’imprenditore e quella dell’attore sociale.

Manes parla chiaro, non ha particolari remore a esprimere esplicitamente ciò in cui crede e ciò rispetto a cui è più scettico (il tutto però nel pieno rispetto di chi lavora in maniera professionale e seria, ci tiene a precisare). La sua “ricetta” prevede pochi ingredienti: fiducia, approccio manageriale e disintermediazione sul modello anglosassone, il tutto condito dalla possibilità di applicare e replicare i casi di successo realizzati in realtà diverse dalla nostra. L’approccio è pragmatico, come il linguaggio. Manes parla americano. Non vede i limiti normativi del sistema Italia come una giustificazione sufficiente dietro la quale nascondere l’impossibilità di avviare un’attività imprenditoriale. La motivazione è il primo ingrediente per fare impresa, specialmente in ambito sociale: gli imprenditori devono vedere il bicchiere mezzo pieno. In questo, appunto, fiducia e volontà di realizzare un sogno sono tra gli elementi preminenti per il successo di un’attività, anche se a fasi di sviluppo intermedie i limiti normativi e fiscali risultano essere un fattore di freno oggettivo.

I limiti sono eventualmente da ricercarsi nelle logiche dell’imprenditoria sociale, che a suo avviso dovrà abbandonare le dinamiche della dipendenza dal pubblico ed avvicinarsi sempre più a un approccio imprenditoriale tradizionale, ricercando modalità di finanziamento che sfruttino le opportunità offerte dal mercato (n.d. Fondazione Dynamo sta avviando, tra le altre iniziative, un progetto di vendita a marchio di prodotti alimentari per sostenere il Dynamo Camp). Manes non crede che i nuovi strumenti della social finance possano contribuire a cambiare le logiche della finanza di oggi. Il settore finanziario, a suo avviso, è adeguatamente sofisticato e duttile per adeguarsi agli scenari in mutamento. E non crede particolarmente alla logica blended che, parafrasando le sue parole, “dà una mano ad un’area grigia dove è difficile tirare una linea ben definita…you never know”. Per lo stesso motivo, la frontiera dell’impatto sociale non lo convince del tutto, benché i Paesi in via di sviluppo offrano un quadro in cui è sicuramente più semplice valutare l’impatto delle singole iniziative. Si definisce manicheo nel modo di approcciarsi alla questione, preferisce una chiara distinzione tra profit e non profit.

E tra le iniziative che il profit può realizzare in ambito sociale, Manes crede nella Corporate Philantrophy, mentre è scettico sulla Corporate Social Responsibility, che fa capo all’area marketing e non alla passione dei vertici aziendali o della proprietà. Al concetto della Corporate Philantrophy aderisce idealmente e concretamente: infatti il sistema Dynamo nasce da una fondazione d’impresa della KME (controllata da Intek), la Fondazione Dynamo. Quest’approccio è virtuoso e scaturisce da due considerazioni: in primo luogo l’interesse a realizzare una sorta di welfare allargato per la community, in secondo luogo la volontà di “fare bene alle persone che lavorano per te”. Per quanto non sposi quel filone della letteratura (si veda Porter) che traccia il passaggio da un’ottica imprenditoriale basata sugli shareholders a quella incentrata sugli stakeholders, Manes è però convinto che l’impresa for profit sarà sempre più “sociale”, sia per l’opportunità di accedere a mercati low profit, che per un allineamento alle normative poste in essere dalla legge, che già ad oggi tutelano la comunità di riferimento – ed è anche per questo, secondo Manes, che parlare di CSR è superfluo.

Quando gli chiediamo che cosa sia necessario per far collaborare pubblico e privato in futuro, la risposta è sicura: disintermediazione e facilitazioni fiscali, in un’ottica programmatica seria che porti, almeno in parte, alla realizzazione di un modello vicino alla Big Society di Cameroon.  Il riferimento al sistema anglosassone è esplicito quando cita gli ospedali americani tra gli esempi virtuosi d’imprenditorialità sociale oltreoceano: “E’ risaputo che i migliori ospedali negli US sono imprese non profit.” E a suo avviso èimportante copiare e riproporre i casi di successo di altri paesi, cercando di adattarli al contesto locale.

Ci congeda con i complimenti per l’iniziativa del Comitato per l’innovazione del Terzo Settore e due ulteriori  considerazioni. La prima relativa a una stranezza tutta italiana, per cui è incomprensibile come “un’impresa sociale che eroga il 100% dei propri profitti alle charities non venga defiscalizzata il più possibile”. Le politiche di vantaggio in tal senso dovrebbero essere “astonishing”, utilizzando le sue parole. Mentre con la seconda invita a una riflessione sulla base del modello Londinese, che attrae capitali privati grazie ad una politica di facilitazione estesa (da vantaggi fiscali a quelli di location): sarebbe bello pensare all’istituzione in Italia di una “capital city for social innovation”.

Aspettando di vedere se e come le ricette auspicate verranno applicate, lo ringraziamo per la disponibilità e facciamo tesoro delle sue considerazioni. Manes rappresenta infatti una voce importante dell’economia tradizionale che vede nell’imprenditoria sociale una strada percorribile per la risoluzione di problemi sociali ancora oggi non sufficientemente affrontati.

Samuele Becattini

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