Atipicità dei settori d’intervento sociale

Il problema della definizione normativa d’Impresa Sociale è stato uno dei nodi più importanti che la stessa Commissione europea si è trovata a dover sciogliere, data anche l’eterogeneità di soluzioni normative all’interno dei diversi ordinamenti statuali. L’approccio, tuttavia, è stato quello pragmatico di individuare delle linee guida, lasciando alla discrezionalità dei singoli Stati membri il problema dell’inquadramento  giuridico delle imprese sociali.

Il DLgs n. 155/2006, sempre in ragione di quei timori che ne hanno frenato le spinte più innovative, optò per una perimetrazione del fenomeno, attraverso l’individuazione tassativa dell’utilità sociale prodotta dall’is, nonostante l’assoluta mancanza di agevolazioni che giustificassero un così stretto confinamento. In base a tale norma sono is quelle che scambiano o producono beni o servizi di utilità sociale in quanto rientranti nei settori tassativamente individuati dall’art. 2 co. 2 del DLgs n. 155/2006 o quelle che impiegano lavoratori svantaggiati secondo la definizione di cui al co. 2 del medesimo articolo.

Tale approccio formale presenta due svantaggi perché i) rischia di escludere imprese che pur essendo sociali non rientrano nella fattispecie astratta descritta dalla norma[1] e perché ii) rischia di includere un’impresa operante in quei settori ma che presenta elementi sostanzialmente non compatibili con il suo status[2]. Il presunto vantaggio, invece, sarebbe quello di evitare di svuotare di senso l’elemento distintivo della socialità, finendo per riconoscerlo indiscriminatamente in ogni manifestazione dell’attività imprenditoriale.

In UK è stato realizzato un approccio diverso, improntato ad un più pragmatico accertamento “caso per caso”. Nel sistema delle Community Interest Companies, l’accreditamento del carattere sociale dell’impresa è effettuato da un Regulator caso per caso, appunto. Tale sistema consente un adeguamento dinamico dello strumento giuridico alla mutevolazza dei bisogni sociali emergenti.

Una via intermedia potrebbe esser quella di adottare una formula capace di isolare i caratteri strutturali dell’Impresa Sociale, lasciando poi ad un Ente terzo, come il Regulator, il compito di accreditare caso per caso il carattere sociale dell’impresa, a prescindere dal settore di intervento.


[1] Si pensi alle imprese che impiegano lavoratori che pur non rientrando nella definizione del co. 2 art. 2 DLgs n. 155/2006, sono comunque considerati svantaggiati ai sensi della più ampia elencazione di cui all’art. 2 co. 1 lett. f) del Reg. CE n. 2204 del 05/12/2002, resa ancor più aderente alla realtà dall’acuirsi dell’attuale crisi economica.

[2] Si pensi al caso di un’impresa che impieghi lavoratori svantaggiati ma operi nel campo dell’indotto della fabbricazione di armi.

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