Le nostre proposte 2013

L’Italia fotografata dall’Istat nel luglio 2013[1], infatti, appare un Paese in profonda trasformazione che vede emergere in modo sempre più significativo il ruolo svolto dall’Economia civile[2]. Il Terzo Settore è l’unico a poter vantare ovunque segnali positivi, confermando una leadership crescente in settori produttivi fondamentali in cui l’Italia può e deve sprigionare potenzialità ancora inespresse (Cultura, Arte, Sport, Intrattenimento, Ambiente, Turismo, Housing, oltre che naturalmente Sanità e Assistenza sociale, ecc.).

  • 4,7 milioni di volontari (+43,5% rispetto al 2001)
  • 681.000 lavoratori dipendenti (+ 39,4% rispetto al 2001)
  • 271.000 lavoratori esterni (+169,4% rispetto al 2001)
  • il 6,4% delle unità economiche attive dell’intero sistema produttivo italiano
  • + 47,2% nel campo della Sanità e assistenza sociale rispetto al -8,6% del Pubblico[3]
  • +76,3% nel campo dell’Istruzione rispetto al -10,3% del Pubblico[4]

Tali valori assumono un’importanza strategica se visti in funzione anticiclica rispetto ad una crisi congiunturale resa ancor più strutturale da un rapporto Debito Pubblico/Pil ormai prossimo al 130%[5]. L’inversione di tendenza non può che passare attraverso politiche che sappiano incidere contemporaneamente sul numeratore e sul denominatore di quel rapporto, coniugando Crescita, Risparmio ed Equità.

Il presente Paper[6] si prefigge l’obiettivo di concorrere al dibattito sul rilancio economico e sociale del Paese, attraverso lo sviluppo dell’Economia Civile, puntando il focus sull’Impresa Sociale[7] vista come anello di congiunzione tra Pubblico e Mercato, tra Debito e PIL.

Obiettivo

  • Ridurre la Spesa Pubblica senza sacrificare i bisogni sociali fondamentali
  • Razionalizzare la Politica fiscale cercando di non deprimere Attività economiche, Consumi e Investimenti
  • Crescere incentivando i settori economici più dinamici del Sistema Produttivo italiano[8]

In quest’ottica s’inserisce l’idea di una riforma della normativa sull’Impresa sociale vista come una delle leve più importanti per una crescita intelligente, sostenibile ed inclusiva che sia compatibile con quell’Economia sociale di Mercato altamente competitiva fortemente auspicata dal Trattato di Lisbona del 2007.

Non è un caso che il Single Market Act[9], proprio a livello europeo, individui nell’imprenditorialità sociale una delle 12 leve per uscire dalla crisi e per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva, così come auspicato da Europa 2020[10]. In tale prospettiva, la Commissione ha presentato un vero e proprio piano d’azione, la Social Business Initiative[11], con l’obiettivo di supportare l’innovazione sociale e creare un clima favorevole per fare emergere tutto il potenziale di questo importante settore che conta:

  • 14,5 milioni di addetti, ovvero il 7,4% della popolazione attiva in UE-15[12]
  • 10% del PIL europeo[13]

Oggi quest’Economia civile risulta fortemente imbrigliata all’interno di un tessuto normativo intricato e incapace di veicolare efficacemente quella massa di capitali di cui avrebbe bisogno per svilupparsi. Basti pensare alle difficoltà di reperire all’interno del nostro ordinamento veicoli giuridici in grado di attrarre gli investimenti degli European social entrepreneurship funds  (EuSEF) recentemente disciplinati dal Parlamento europeo con il Reg. (EU) n. 346/2013[14].

La normativa sull’impresa sociale in Italia se da una parte ha saputo innovare, abbattendo il muro di separazione che divideva i soggetti del Libro I titolo II del codice civile da quelli del Libro V [15], dall’altra è stata un fallimento perché ha creato veicoli giuridici assolutamente inutili[16].

Questo Paper vuole accendere una lampadina, rilanciando un dibattito e partendo da una proposta concreta e articolata su 6 punti, senza alcuna pretesa di esaustività, e meglio illustrata nel documento esplicativo allegato:

  1. Redistribuzione cappata degli utili[17]
  2. Atipicità normativa degli ambiti d’intervento dell’impresa sociale[18]
  3. Istituzione del Regulator
  4. Istituzione di un Fondo per lo Sviluppo dell’imprenditoria sociale[19]
  5. Ricorso ad una Fiscalità compensativa collegata al rating sociale dell’is[20].
  6. Possibilità di ricevere finanziamenti in grant

Nel II semestre del 2014 l’Italia assumerà la Presidenza dell’UE. Noi esprimiamo un desiderio al Governo che ci sarà: che il mandato dell’Italia possa caratterizzarsi per la particolare attenzione rivolta all’imprenditoria sociale, in linea con il ruolo strategico ad essa riconosciuto a livello comunitario e a partire da una riforma esemplare della sua normativa!


[1] Istat – 9° Censimento industria e servizi, istituzioni e non profit: un Paese in profonda trasformazione. Roma 11 luglio 2013. Consulta su: http://www.istat.it/it/.

[2] Termine con cui, nel 1753, l’abate Antonio Genovesi, chiamò la prima cattedra di Economia al mondo istituita presso l’Università di Napoli. Più diffuso il termine di Economia sociale.

[3] In valori assoluti, nel settore della Sanità e Assistenza sociale, il Terzo settore detiene una quota di presenza del 13,1%, mentre il Pubblico dell’81,5% e il For profit del 5,4%. Dati relativi al periodo 2001/2011.

[4] In valori assoluti, nel settore dell’Istruzione, il Terzo settore detiene una quota di presenza del 24%, mentre il Pubblico del 43,5% e il For profit del 32,5%. Dati relativi al periodo 2001/2011.

[5] Si veda l’Overview dell’OCSE del Maggio 2013: http://www.oecd.org/eco/surveys/italyoverview7may.pdf.

[6] Che fa seguito a quello più generale dal titolo: “Il futuro è bene comune”. Vedi sito del Comitato i3S.

[7] Se l’impresa tradizionale di Mercato è orientata alla massimizzazione del profitto, con il vincolo (non sempre rispettato) di sostenibilità sociale ed ambientale, l’impresa sociale si prefigge come obiettivo prioritario la massimizzazione dell’impatto sociale con il vincolo di un suo equilibrio economico.

[8] “Nnel decennio 2001-2011 il settore non profit è stato il  più dinamico (+28% le istituzioni e + 39,3% gli addetti)” in Istat, “La struttura del sistema produttivo italiano al 2011 e i cambiamenti rispetto al 2001”.

[10] Il documento adottato dalla Commissione europea, il 03/03/2010, che esprime le linee strategiche europee per i prossimi 10 anni.

[11] Il 25/10/2011 la Commissione presenta al Parlamento europeo la Social business Initiative che individua 11 azioni chiave da lanciare prima della fine del 2012.

[12] Si veda la Social economy and social entrepreneurship – Social Europe guide/Volume 4  edita dalla Commissione europea il 29/04/2013: http://ec.europa.eu/social/main.jsp?catId=738&langId=en&pubId=7523. Si noti come il dato occupazionale sia molto al di sopra della media italiana. L’Istat parla del 3,4% della popolazione attiva.

[15] Rispettivamente Enti non profit e Imprese.

[16] Secondo i dati delle Camere di commercio, se ne stimano solo 365, con una flessione, rispetto al 2009, del 39%. Vedi la Ricerca sul valore economico del Terzo Settore in Italia, Unicredit Foundation, 2012, p. 13.

[17] È fondamentale attrarre investimenti in Equity per consentire alle is un’adeguata capitalizzazione. Per far questo occorre superare il limite normativo di cui all’art. 3 del D.Lgs. n. 155/06 e consentire adeguate strategie di exit analogamente a quanto previsto in altri ordinamenti. Nell’allegato vengono proposti una serie di scenari possibili. Sulle varie scuole di pensiero in materia, v. http://www.vita.it/economia/impresa-sociale/le-6-scuole-di-pensiero-sull-impresa-sociale.html.

[18] L’art. 2  del D.Lgs. n. 155/06 circoscrive ad un elenco tassativo gli ambiti di intervento dell’is, analogamente a quanto accade con le Onlus o con le coop sociali. Eppure vi possono esser is che operano in ambiti nuovi o diversi, cosí come vi possono esser imprese sociali che pur operando in essi non hanno nulla o poco di sociale. In UK è il Regulator che stabilisce caso per caso quali siano le is.

[19] Da finanziare con riserve legali analoghe a quelle vigenti per le coop ai sensi dell’art. 11 c. 4 della L. n. 59/1992. Tale Fondo servirebbe a) per finanziare il funzionamento del Regulator; b) per svolgere funzioni di Anchor Investor rispetto agli EuSEF di cui al Reg. (EU) n. 346/2013.

[20] È possibile pensare ad una fiscalità nuova, ovvero non più di “vantaggio” ma “compensativa”; che riconosca all’impresa sociale non un’agevolazione, ma la giusta compensazione tra quanto dovuto dall’impresa a titolo d’imposta e quanto risparmiato grazie ad essa, attraverso un beneficio commisurato in misura percentuale ad un rating sociale ad essa attribuito, sulla base del meccanismo spiegato meglio nel documento esplicativo. Tale sistema consente di incidere positivamente sul denominatore e negativamente sul numeratore del rapporto Debito/PIL.

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