Finanziamento – Equity

Il tema del finanziamento rappresenta uno dei temi più importanti per un Settore che dovrà necessariamente rivedere le proprie modalità di sostenimento, anche in ragione delle attuali esigenze di contenimento della spesa pubblica.

Questo tema è ancor più urgente in relazione ad una componente sempre più importante per il Terzo Settore ma anche per la stessa economia nazionale ed europea: le c.d. “imprese sociali”, considerate dalla Commissione europea come uno degli strumenti chiave per uscire dall’attuale crisi economica e per una crescita intelligente, sostenibile ed inclusiva.

Le proposte all’interno di questo paragrafo, pertanto, sono focalizzate sugli aspetti del Capitale di rischio (Equity) e di debito (Loan) degli enti non profit, e soprattutto delle possibili protagoniste della c.d. Social Innovation, ovvero le imprese sociali.

  • Attenuazione dei vincoli di redistribuzione degli avanzi di gestione e facilitazione delle strategie di exit per stimolare la capitalizzazione delle imprese sociali

Tra le tante esigenze di riforma, crediamo che questa rappresenti uno dei punti nevralgici. Il D.Lgs. 24/03/2006 n. 155 ha introdotto in Italia l’impresa sociale, ovvero il riconoscimento di un’etichetta social ad un modo diverso di fare impresa, che abbia l’obiettivo di un impatto sia economico (fondamentale per le esigenze di sostenibilità e continuità di una qualunque azienda) che sociale.

Tale etichetta, tuttavia, non ha trovato fortuna, come dimostra una recente ricerca che ne ha stimate esistenti 365, con una flessione, rispetto al 2009, del 39%[1]. Perché?

Perché la norma, oltre a non prevedere vantaggi fiscali, non consente ad un’impresa sociale ex lege di attrarre investimenti nel suo Capitale sociale (l’Equity) da parte di soggetti diversi dalla P.A. o dai sempre più rari finanziatori “a fondo perduto”. L’impossibilità di ridistribuire utili[2] o di liquidare la quota del socio (exit strategy) sono fattori fortemente disincentivanti, che spiegano le ragioni del fallimento dell’impresa sociale ex lege.

L’esperienza estera offre, invece, interessanti spunti di ispirazione. Si pensi, in particolar modo, all’esperienza inglese della Community Interest Company (CIC) e a quella nordamericana della  Low Profit Limited Liability Company. Senza voler entrare troppo nel tecnico, basti dire che sono due esempi legislativi di “impresa sociale” attrattivi, perché consentono sia una ridistribuzione degli utili, seppur cappata, sia appropriate strategie di governance e di exit.

  • Istituzione del Fondo dei Fondi, sul modello europeo, per sostenere Fondi di Social Venture Capital

Tale proposta prende spunto da quanto già realizzato a livello europeo con lo European Investment Fund.

L’obiettivo è favorire l’investimento finanziario privato nel Capitale di rischio (Equity) delle imprese sociali. In questo senso, uno degli strumenti piú innovativi è rappresentato dal c.d. Social Venture capital che consente di attrarre, non soltanto nuovi finanziamenti, ma anche le specifiche competenze manageriali dell’investitore che è fortemente coinvolto nella fase di start-up dell’impresa sociale.

Al momento, in Italia, il capitale disponibile è molto limitato, attestandosi intorno ai 25 milioni di € di stock all’anno; che si riducono ulteriormente se parliamo di Terzo Settore[3].

Come è stato fortemente capito a livello europeo, si tratta di cifre ancora molto piccole rispetto alle potenzialità di investimento che tali veicoli possiedono. Proprio per questo, perevitare la dispersione delle poche risorse, perché non istituire anche in Italia un analogo Fondo di Fondi con funzione di “anchor investor”, per garantire un processo di concentrazione di capitali di rischio, che a sua volta investa in altri fondi di social venture capital, selezionati sulla base di criteri di merito e trasparenza, a seguito di una appropriata due diligence?

  • Agevolazioni fiscali e amministrative per lo sviluppo degli altri Fondi di Social Venture Capital

In primo luogo, sarebbe opportuno prevedere un marchio specifico per i fondi di venture capital che investano una buona parte (almeno il 70%?) del loro capitale in imprese sociali, sull’esempio di quanto previsto dalla Social Business Initiative della Commissione europea.

Inoltre, c’è bisogno di una normativa di vantaggio fiscale e amministrativo, per la nascita e lo sviluppo di Fondi che siano prevalentemente orientati al social business, in considerazione della minore redditività del capitale investito ma anche della maggiore rimuneratività sociale delle attività svolte in questo settore.

Si potrebbe operare, in concreto, prevedendo delle semplificazioni procedurali, riduzioni del capitale necessario per la costituzione e sgravi fiscali, a favore delle SGR (società di gestione del risparmio) che gestiscono fondi di Social Venture Capital. La tardività e minore entità della redditività dell’impact investing, infatti, va necessariamente bilanciata con questa normativa di vantaggio che tiene conto del ritorno anche sociale dell’investimento e del risparmio, anche economico, per le casse dello Stato.


[1] Vedi la Ricerca sul valore economico del Terzo Settore in Italia, Unicredit Foundation, 2012, p. 13.

[2] Vedi l’art. 3 D.Lgs. n. 155/2006.

[3] Nel 2011, la stessa Commissione europea aveva stigmatizzato l’insufficienza dei fondi, ricordando che nel periodo 2003-2010, mentre i fondi di Venture Capital statunitensi avevano convogliato nel sistema circa 131 miliardi di €, i fondi di Venture capital europei erano arrivati – tutti insieme – a poco più di un quinto, ossia 28 miliardi di €.

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