Redistribuzione cappata degli utili

Il punto di partenza per un’effettiva riforma della normativa sull’Impresa Sociale è rappresentato dall’eliminazione del vincolo di non redistribuzione degli utili di cui all’art. 3 co. 2 D.lgs. n. 155/2006. In tal senso va registrata l’importante apertura contenuta nell’emendamento, poi ritirato, che era stato presentato in Senato alla Legge di stabilità nel dicembre 2012[1].

Il divieto assoluto di redistribuzione degli utili è in contrasto con il quadro normativo non solo europeo ma anche italiano, visto che per le Cooperative italiane è possibile un investimento anche senza cap a favore del socio finanziatore introdotto dal DLgs n. 6/2003 che ha novellato l’art. 2526 c.c.[2].

La possibilità di remunerare investimenti in Equity è condizione fondamentale per capitalizzare adeguatamente tali imprese. La sottocapitalizzazione che le contraddistingue, d’altronde, innesca un circolo vizioso che impedisce alle is di ricorrere anche al Capitale di Debito che richiede specifiche garanzie di “bancabilità”, ovvero di capitalizzazione. Il risultato è che le uniche forme di finanziamento ammissibili sono quelle, spesso scarse, dell’imprenditore sociale o dei trasferimenti a fondo perduto del Privato o del Pubblico.

È per questo che la Commissione europea, nell’ambito della Social Business Initiative e dello stesso Single Market Act[3], sta concentrando molti dei suoi sforzi sul tema dell’Impact investing, ovvero della capacità di attrazione degli investimenti sociali. Il nuovo Regolamento sui Social Entrepreneurship Funds[4] rappresenta un’importante svolta in tal senso. Come denunciamo da tempi non sospetti[5], tale regolamentazione rischia di non trovare veicoli giuridici in grado di attrarre l’ingente volume d’investimenti sociali coinvolti[6], con ovvie conseguenze in termini non solo di competitività ma di inclusione sociale.

1.1 Vari scenari di remunerazione cappata degli utili

Poiché la possibilità di remunerare il capitale investito non deve snaturare l’obiettivo principale di massimizzazione dell’impatto sociale dell’is, occorre prevedere un cap. Ma come? Si possono sostanzialmente prevedere meccanismi di cap calcolati in base agli utili prodotti, al capitale investito o in forma ibrida. È pertanto possibile proporre vari scenari.

  1. Sulla scorta del modello delle imprese sociali che operano con il Servizio sanitario in UK, si potrebbe prevedere un cap del 25% sugli utili di gestione, destinando gli altri a riserve e/o reinvestimento nell’impresa[7].
  2. In base al modello delle Cooperative italiane o dell’EI belga (Entreprise d’Insertion) [8], è possibile redistribuire gli utili per un ammontare pari ad una determinata percentuale del capitale investito:

a)      la percentuale, a sua volta, può esser pari alla media del rendimento degli ultimi tre anni dei BTP a 10 anni del Tesoro italiano, a cui può essere sommato uno spread dell’1,5%, con una soglia massima del 6% di rendimento reale;

b)      oppure si può prevedere un meccanismo di rendimento socialmente incentivante, in base al “rating sociale” riconosciuto dal Regulator e certificato periodicamente da Agenzie di revisione sociale accreditate dal Regulator stesso. La percentuale è pari alla media degli ultimi tre anni dei Btp a 10 anni del Tesoro italiano più uno spread che può variare dal’1% fino al 4% a seconda della classificazione di impatto sociale riconosciuta. Il rendimento reale non potrà mai comunque superare un tetto compreso tra il 6% (per le imprese con basso rating) o il 9% (per quelle in AAA) del capitale investito.

  1. Esistono poi modelli ibridi che prevedono criteri intermedi tra i due macro meccanismi. Ne è un esempio la CIC (Community Interest Company) del Regno Unito che, in base al “Community Interest Company Regulation” del 2005, non può distribuire dividendi in misura maggiore  al 35% del totale degli utili realizzati e l’utile distribuito per ogni azione non può superare il tasso di prestito (lending rate) stabilito annualmente dalla Banca d’Inghilterra più uno spread del 5%[9].
  2. Si può, infine, prevedere un meccanismo di cap sugli utili, sul Capitale o su entrambi, ma con previsione di una defiscalizzazione per l’impresa e per gli investitori che varia in funzione del rating sociale dell’impresa stessa.

[1]Emendamento n. 3.2000 del 12/12/2012 al ddl sulla Legge di stabilità in discussione al Senato.

[2] Sul punto in verità ci troviamo di fronte ad una normativa drammaticamente incerta. Prova ne sia il fatto che non è particolarmente frequente l’utilizzo di questi strumenti finanziari da parte del mondo cooperativo. Sono previste tre forme di soci e altrettante forme di remunerazione del capitale. I soci cooperatori, ai sensi dell’art. 2514 c.c., possono ridistribuire dividendi in misura non superiore all’interesse massimo dei buoni fruttiferi postali (BFP) + uno spread di 2,5 punti % rispetto al capitale investito. Va tuttavia rilevato come tale norma non brilli per chiarezza interpretativa, vista l’esistenza di buoni postali fruttiferi con rendimenti fissi e/o variabili, capitalizzati o meno, alcuni dei quali ancora sottoscrivibili e altri non più, ovvero con rendimenti nominali o reali (indicizzati con l’inflazione), ecc. Vi sono poi i soci sovventori e gli azionisti di partecipazione cooperativa di cui alla Legge n. 59/1992. Per essi vale il vincolo del 2% in più rispetto al problematico limite visto sopra per i soci cooperatori. Ciò significa che se prendiamo come riferimento il tasso annuo del 20° anno di un buono ordinario (alla data odierna siamo al 5,25%), possiamo arrivare ad un cap che si aggira intorno al 10% del capitale investito che è un rendimento altissimo e forse non propriamente sociale!! Vi sono infine i soci finanziatori, introdotti con la Riforma del diritto societario (DLgs n. 6/2003) cha ha novellato l’art. 2526 c.c. e che possono aver diritto ad una remunerazione non cappata dei dividendi (salvo il caso del socio finanziatore, che sia anche cooperatore della coop a mutualità prevalente, al quale continua ad applicarsi l’art. 2514 c.c.). Per il socio finanziatore dunque non è previsto un vincolo di redistribuzione parziale degli utili e ciò non solo mette in discussione il carattere mutualistico ma anche quello di impresa sociale così come definito a livello europeo. Si veda sul punto il Memento Ipsoa sulle Cooperative 2012, a p. 459.

[4] Si Veda: http://ec.europa.eu/internal_market/investment/social_investment_funds/index_en.htm. Di tale Regolamento avevamo avuto modo di parlare in occasione della presentazione del Precedente Paper.

[6] Sull’inquadramento e sulla quantificazione dell’impact investing come asset class emergente si vedano i vari e recenti rapporti di JP Morgan e Credit Suisse (ex pluribus, http://www.jpmorganchase.com/corporate/socialfinance/document/207350_JPM_Perspectives_on_Progress_2013-01-07_1018749_ada.pdf; https://emagazine.credit-suisse.com/app/article/index.cfm?fuseaction=OpenArticle&aoid=336390&coid=293542&lang=EN).

[8] Emes “Profils Nationaux des Enterprises Socials d’Insertion: Belgique”, Olivier Gregoire. Wp: 03/03

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